LA GENETICA NELLA PRODUZIONE DEL LATTE BOVINO

By 8 gennaio 2018Breeding
di Francesco Panella
Professore Ordinario presso la Unità di Ricerca di Scienze Zootecniche, Università degli Studi di Perugia

 

Il latte bovino é prodotto, a livello globale, da pochi tipi genetici cosmopoliti: Frisona, Bruna e Jersey. Altre razze producono limitate quantità di latte con un certo significato commerciale solo in virtù della tipicità dei prodotti che ne derivano. Per citare alcuni esempi italiani: Valdostana/Fontina; Rendena/Asiago, Reggiana/ Parmigiano Reggiano delle vacche rosse.

 

Da sempre, i principali target selettivi sono stati rivolti all’aumento della produzione di latte e al miglioramento delle sue caratteristiche qualitative, sia dal punto di vista nutrizionale (percentuali di grasso, proteine), che igienico-sanitario (cellule somatiche, carica batterica).

 

Il sesso sul quale si concentrano maggiormente gli sforzi selettivi è quello maschile (con l’inseminazione artificiale un toro può avere centinaia o migliaia di figli) e quindi la scelta dei migliori maschi da destinare alla riproduzione deve essere assai oculata. I tori tuttavia non producono latte e pertanto il loro potenziale genetico è valutato attraverso informazioni che provengono da loro parenti che lo producono, considerando che con queste hanno dei “geni in comune”.

 

Poiché la somiglianza genetica varia con il “grado di parentela”, si deve ricorrere a parenti molto ”stretti”, in primis la madre, ma di madre ce n’è una sola, per cui pur essendo la quota di geni in comune pari al 50%, il ristretto numero di osservazioni produttive (4-5 lattazioni nell’intera carriera) rende la stima del valore genetico del toro piuttosto aleatoria. Anche le sorelle piene (con cui condivide ambo i genitori) hanno una parentela del 50%, ma il loro numero è comunque molto limitato (3-4).

 

Da ciò la necessità di usare informazioni che derivano dalle performance delle figlie, che hanno sempre il 50% di geni in comune con il padre, ma sono in numero assai elevato (fino ad alcune migliaia). Se il numero di informazioni provenienti dalle figlie garantisce una buona stima del valore genetico del riproduttore, dall’altro il lavoro di selezione risente dei lunghi tempi necessari per realizzarlo: da quando avviene la fecondazione da cui nascerà la figlia, a quando la stessa chiuderà la sua prima lattazione e, quindi, produrrà dati, passano 60 mesi (5 anni). Questo tipo di valutazione genetica viene genericamente definito “Progeny test” (Prova di progenie). Tale primo metodo di tipo quantitativo è stato negli anni migliorato con approcci matematici e da supporti informatici che lo hanno reso assai efficace ed è definito come modello BLUP-AM (Best Linear Unbiased Prediction Ciò ha consentito una visione globale della selezione con riscontri, anche commerciali, di grande impatto economico.

 

Negli ultimi anni, le tecniche molecolari hanno consentito una più meticolosa lettura del DNA. Due sono gli approcci operativi più seguiti: il primo è detto MAS (Selezione Assistita da Marcatori) dove il “marcatore” è un “gene spia” connesso a geni determinanti per la produzione, che permette, attraverso l’esame del DNA, di scegliere, fin dalla giovane età (paradossalmente anche nell’embrione), i soggetti che, portatori di un marcatore favorevole, verranno utilizzati per la riproduzione.

 

Più efficiente è la GWAS (Selezione basata sull’esame dell’intero genoma). In questo caso l’esame non riguarda un solo gene marcatore, ma l’intero genoma, o una sua gran parte. Tale tecnica è di grande potenzialità discriminante e notevoli sono gli sforzi che, in tutto il mondo, vengono profusi per renderla applicabile su grande scala, superando gli attuali limiti applicativi che sono, essenzialmente, di tipo economico.