Le ragioni del fallimento di Dean Food in USA devono indurre profonde riflessioni sul sistema produttivo italiano.

La fortissima contrazione dei consumi di latte alimentare bovino è uno dei due fenomeni alla base del fallimento della Dean Food, colosso lattiero caseario americano (7,8 miliardi di dollari il fatturato 2018) che il 12 novembre scorso ha chiesto l’ammissione al “Chaptr 11”, una sorta di amministrazione controllata  per ristrutturare le aziende a seguito di un grave dissesto finanziario. Dal 1975 ad oggi, infatti, il consumo pro-capite di latte alimentare, di origine bovina, è sceso di oltre il 40% (-26% la contrazione nell’ultimo ventennio) a favore di “latti” vegetali, principalmente di mandorla e di soia ma anche di riso, cocco e canapa.
L’altro fenomeno rilevante è il ruolo sempre più diretto della grande distribuzione nella produzione alimentare in generale e lattiero casearia in particolare: Walmart, ad esempio, ha cominciato, negli USA a prodursi il proprio latte.

Dunque, Distribuzione Alimentare e Consumatori stanno imponendo un repentino e drastico cambio delle regole del gioco. Produttori e Trasformatori, almeno quelli lattiero-caseari, ne subiscono per intero le conseguenze negative.

Segnali non più deboli si cominciano a leggere anche in Europa e in Italia dove i consumi pro-capite di latte alimentare, quello “vero” di origine bovina, sono in costante contrazione da qualche anno (-3 milioni di tonnellate in 20 anni in Italia).

È ora che la filiera produttiva si interroghi sulle possibili evoluzioni dei mercati, alla luce di queste tendenze e sul come continuare ad esserne protagonisti. Certo, provvedimenti normativi che chiariscano che “spremute” vegetali non possano essere chiamate “latte” sono utili ma devono essere considerati ingredienti o, meglio, condimenti di una ricetta più ampia che rimetta al centro il modello di produzione, trasformazione e commercializzazione del latte.

La velocità con cui cambiano le tendenze di consumo è inarrestabile ed in aumento costante, dunque anche modelli organizzativi devono essere costantemente monitorati ed aggiornati se non si vogliono perdere fette consistenti di valore aggiunto. L’obsolescenza è dietro l’angolo.

Ci vuole non solo capacità di visione, di analisi e di sintesi ma anche il coraggio di impostare cambiamenti paradigmatici per mantenersi in condizioni di competere in mercati sempre più difficili. Non ci si può più permettere di “regalare” solo parte di quel valore che i produttori ed i trasformatori sono assolutamente capaci di generare nei loro prodotti ma che sono sempre meno in condizione di raccogliere dal mercato.